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  • A pochi passi dal cielo

    Trekking nella Khumbu Valley (Nepal)

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    Tramonto sul massiccio dell'Everest, visto da Tengboche

    Il Nepal è un sottile lembo di terra schiacciato tra l'India e il Tibet. Passerebbe del tutto inosservato, se non fosse per una particolarità  che lo rende un irresistibile terreno di gioco (e fonte di guai) per tutti gli alpinisti del mondo: quella di racchiudere all'interno dei suoi confini ben otto delle quattordici montagne che superano i fatidici ottomila metri.

    Il massiccio del Dhaulagiri, quello dell'Annapurna e quello del Manaslu sono interamente in territorio nepalese, mentre quello dell'Everest, del Lhotse, del Makalu e del Cho Oyu sono condivisi con il Tibet cinese, sorgendo lungo il confine settentrionale. Il Kanchenjunga infine è situato al confine fra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim. Il territorio nepalese va dalla pianura del Gange alla catena montuosa dell'Himalaya e offre una varietà  di paesaggi che spaziano dalle pianure tropicali alle nevi perenni dei ghiacciai e delle cime himalayane. Circa sessanta milioni di anni fa le possenti spinte tettoniche, causate dalla collisione tra la zolla indiana e la zolla euroasiatica, innalzarono i fondali di un antico mare che si elevarono fino a raggiungere e superare gli ottomila metri, dando origine alla catena dell'Himalaya. Questo fenomeno è chiaramente visibile ancora oggi osservando questi giganti, montagne relativamente giovani, dalle forme aguzze e slanciate che presentano fasce di sedimenti multicolore dall'andamento sinuoso.

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    Da sinistra a destra, dall'alto in basso:
    Gyachung Kang (7952 m), Everest (8848 m), Cholatse (5440 m) e Taboche (6542 m) ,
    Cho Oyu (8201 m), Ama Dablam (6856 m), Nuptse (7861 m),
    Makalu. (8462 m), Lingtren (6749 m), Pumori (7165 m)

    Un viaggio in Nepal è il sogno di molti alpinisti o semplici appassionati di montagna e avventura: come potevo io alla soglia dei cinquant'anni sottrarmi a questo irresistibile richiamo? Non avendo più l'età  nè la capacità  per scalare questi giganti, mi sono accontentato di camminare "a pochi passi dal cielo". La via per raggiungere le valli nepalesi passa obbligatoriamente per la capitale del Nepal, Kathmandu, dove fanno scalo i voli internazionali. Come ogni capitale asiatica che si rispetti anche a Kathmandu non mancano inquinamento e traffico. Le strade sono congestionate da ogni genere di mezzo a trazione animale o meccanica, tutti rigorosamente dotati di clacson incessantemente attivi.

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    Appena giunti nella capitale prendiamo possesso delle nostre camere in un modesto alberghetto di Thamel, il quartiere ove risiedono tutte le agenzie di trekking della città, i locali più alla moda (dove si suona musica rock degli anni 80-90 fino a tarda notte) e i negozi di attrezzature sportive che vendono ogni genere di attrezzatura e abbigliamento alpinistico, tutti rigorosamente contraffatti. Il trekking che abbiamo deciso di compiere ci porterà nella valle del Khumbu, che percorreremo fino a raggiungere il campo base dell'Everest e i laghi di Gokio, una meta classica ma con alcune significative varianti, come il superamento del Cho La pass.

    Il primo scoglio da superare è il raggiungimento del piccolo villaggio di Lukla (2800 metri), da dove partono tutti i trekking. Lukla è collegato a Kathmandu da regolari (più o meno?) voli aerei. Questo aereoporto è considerato uno dei più pericolosi al mondo; la pista è inclinata di 12 gradi ed ha una lunghezza di 250 metri: corta e sporca come la scala di un pollaio! Molto spesso è avvolta dalle nebbie oppure battuta da venti che soffiano incessanti raffiche contro i piccoli Dornier e Twin Otter canadesi, i soli velivoli abilitati all'atterraggio su questa cortissima pista che inizia sui bordi di un baratro vertiginoso e termina dal lato opposto contro la montagna.

    Per ben tre giorni tentiamo di partire per Lukla, ma la nebbia che l'avvolge impedisce voli regolari. Impieghiamo queste giornate per girovagare nei centri storici della valle di Kathmandu. La città presenta un nucleo storico risalente al XVII secolo (tarda epoca Malla), che si sviluppa intorno alla celeberrima Durbar Square, ricca di templi induisti. Vi sono anche numerosi luoghi sacri buddhisti come quello celebre di Swayambhunat (noto anche come il Tempio delle Scimmie), posto su una collina ad ovest della città, e quello di Bodnath nella periferia orientale, a cui fa capo una consistente comunità tibetana sfuggita alle persecuzioni cinesi.

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    Imperdibile una visita a Patan, la più antica e bella tra le città reali nella valle di Kathmandu, che sorge sull'altra sponda del fiume Bagmati di fronte alla capitale nepalese. L'area di Durbar Square è una delle sette zone monumentali di questa valle incluse nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Ma la vera perla tra le città imperiali nepalesi si trova oltre la periferia orientale della capitale: l'antica città newari di Bhaktapur. Fondata nel XII secolo da re Ananda Deva Malla, divenne capitale del regno Malla. Fu costruita a forma di triangolo ai cui estremi sorgevano tre templi dedicati al dio Ganesh, protettore della città. A partire dal secolo XVI Bhaktapur dominò politicamente ed economicamente il Nepal e fu un importante centro di transito carovaniero sulla rotta tra India e Tibet. Oggi è un sito archeologico patrimonio Unesco, tra i più visitati del Nepal. Il centro storico di Bhaktapur è stato in parte restaurato alla fine del XX secolo grazie a un finanziamento tedesco.

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    Pottery Square (piazza dei vasai) a Bhaktapur

    Finalmente una finestra di bel tempo ci consente di decollare verso le sospirate montagne e liberarci così i polmoni dalla pestilenziale aria di Kathmandu. Il volo è spettacolare, sorvoliamo a bassa quota le ampie colline e i villaggi della zona subtropicale, ricchi di terrazzamenti pazientemente coltivati. All'orizzonte si staglia la possente catena Himalayana verso la quale si dirige il piccolo velivolo sul quale siamo stipati in una ventina. Tra sobbalzi, scossoni, vuoti d'aria, conati di vomito e lo strepitio assordante dei motori, riesco anche a scattare qualche foto. La graziosa assistente di volo, in abito tradizionale, ci ha gentilmente offerto alla partenza una caramella e dei batuffoli di cotone: la prima per limitare il dolore ai timpani causato dalla quota, il secondo per proteggerli dal frastuono del bielica. Se Dio vuole (è proprio il caso di dirlo, visto che dieci giorni prima un velivolo simile si era schiantato all'atterraggio causando la morte di tutti e ventidue gli occupanti), atterriamo sulla pista di Lukla sani e salvi. Appena sceso dalla scaletta, mi viene istintivo inginocchiarmi a baciare il suolo come il Santo Padre!

    I nostri Sherpa sono già in attesa all'uscita dello scalcinato aeroporto. Questi fenomenali personaggi meritano un doveroso cenno nella narrazione. Senza di loro tutte le spedizioni commerciali e i trekking in queste valli, ben difficilmente avrebbero lo stesso successo. Sono la spina dorsale di questa fragile economia basata sul turismo e le spedizioni alpinistiche. Sulle loro spalle vengono trasportati quasi tutti i carichi che da Lukla devono raggiungere i vari Lodge e campi base sparsi nella valle, lungo erti sentieri esposti al freddo e alla quota. Ogni Sherpa porta fino a quaranta kg di materiale per mezzo di un bastino in legno trattenuto solo da una cinghia in stoffa che passa sulla loro fronte. Sono generalmente mal vestiti e calzano ciabatte in gomma o, i più fortunati, lacere scarpe dono di qualche turista. Siate generosi con loro, il loro guadagno giornaliero è di una decina di dollari, a fronte di una fatica che la maggior parte di noi non sarebbe in grado di reggere che per pochi minuti.

    Partiamo alla volta di Phakding, un paio di ore di cammino per lo più in discesa, fino a raggiungere il fondo della valle del Dudh Kosi dove sorge il piccolo villaggio. L'indomani ci attende una tappa lunga con un buon dislivello, per raggiungere la mitica Namche Bazar, che sorge a 3480 metri, la capitale degli Sherpa. E' il più grande insediamento del Khumbu, sede di parecchie attività commerciali e di un pittoresco mercato tibetano e qui potete trovare anche un internet point. Ci fermeremo un giorno per favorire l'acclimatamento, gironzolando nei dintorni del villaggio fino a Syangboche dove, a circa quattromila metri, sorge un piccolo hotel con vista sull'Everest. Consiglio a chi voglia intraprendere questo viaggio per scattare fotografie il periodo che va da ottobre a novembre: da fine settembre infatti il monsone invernale spira dall'arido altopiano del Tibet verso l'oceano, dando origine ad un cielo terso e ad un clima secco, anche se piuttosto freddo la notte. Questo clima propizio ci accompagnerà per tutti i dodici giorni del trekking, consentendoci una vista privilegiata sui panorami offerti da questa valle incantevole.

    Il giorno successivo partiamo di buon mattino alla volta di Tengboche. In Nepal nessun sentiero è mai pianeggiante, l'estrema variabilità del territorio continuamente solcato da valli piccole e grandi costringe a continui saliscendi che, a oltre quattromila metri, sottopongono il fisico a notevole stress. Tengboche è sede di un magnifico monastero buddista che sorge ai piedi di una tra le più belle montagne del mondo: l'Ama Dablam ,"Madre con la Collana", ovvero il grande ghiacciaio pensile (Dablam) situato poco sotto la vetta. Con la sua silouhette elegantissima e isolata, l' Ama Dablam e' chiamato anche "Il Cervino Himalayano" per la sua straordinaria somiglianza con la più rappresentativa montagna delle Alpi.

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    L'Ama Dablam nella calda luce del tramonto

    Siamo al tramonto, la luce infuoca la possente parete del Nuptse e dell'Everest che chiudono la valle a Nord. La vista è talmente incredibile che non mi sembra vera?

    Il quinto giorno di trekking percorriamo la lunga valle dell'Imja Khola diretti a Dingboche. Il programma prevedeva qui una sosta di un giorno per la salita facoltativa ad una vetta di 5546 metri, il Chukung-ri. Purtroppo i giorni persi per il maltempo ci costringono a tagliare questa parte del programma e a dirigerci invece direttamente verso il ghiacciaio del Khumbu. Passiamo sopra Pheriche e raggiungiamo la morena del ghiacciaio a Thukla dove sorge un memoriale con una serie di piccoli chorten che ricordano gli sherpa travolti da una valanga. All'ombra del maestoso Pumorì  visitiamo i monumenti funebri tra i quali quelli di Babu Shiri Sherpa e dell'alpinista americano Scott Fischer, morto durante la tragedia dell'Everest del 1996 narrata nel libro di J.Krakauer "Aria sottile".

    Pernottiamo in un gelido e piuttosto fetido lodge a Lobuche, allietati però dalla vista della parete sud del Nuptse. Siamo a quasi 5000 metri e gli effetti della quota, la fatica, l'aria fredda e rarefatta cominciano a devastare i nostri delicati fisici urbani: tosse, mal di gola e di testa, diarrea, vomito, inappetenza e insonnia sono i sintomi più frequenti. Il gruppo è malconcio e il tempo tiranno, così decidiamo di tagliare ulteriormente il percorso: escludendo il campo base dell'Everest deviamo per la Piramide, la costruzione eretta dal CNR a 5050 metri. Questo laboratorio-osservatorio è il simbolo italiano universalmente riconosciuto  del Comitato Ev-K2-CNR,  e costituisce una risorsa unica per la ricerca scientifica in alta quota. Siamo a sole due ore dal CB dell'Everest ma non abbiamo il tempo per raggiungerlo, un vero peccato! Torniamo sui nostri passi, diretti a Dzonglha dove dormiamo nel più malridotto lodge di tutto il Khumbu. Stretti intorno all'immancabile stufa in cui arde sterco di yak, facciamo la conta dei nostri malanni sorseggiando il chai, il tipico the nepalese. Per cena una zuppa d'aglio e un po' di riso bollito, cui fa seguito una partita a carte con gli sherpa prima di infilarci nei sacchi piuma. La mattina alle cinque partiamo per la tappa più estrema del trekking: il valico del Cho La Pass. Posto a 5430 metri ci consentirà di raggiungere la valle di Gokio, accorciando di due giorni il tragitto previsto. La salita si rivela ostica per via dell'attraversamento del ghiacciaio che è abbastanza scoperto. Siamo senza ramponi, ma ci consoliamo quando siamo superati da uno Sherpa con 40 kg di carico sulle spalle e Superga ai piedi, rigorosamente senza lacci?

    Valicato il passo attraversiamo l'incredibile morena del ghiacciaio Ngozumpa, l'apparato glaciale più vasto del Khumbu Himal che ha origine dai versanti sud delle catene Himalayane del Cho Oyu e del Gyachung Khang. Interamente coperto da detriti presenta numerosi laghi sui quali galleggiano lastre di ghiaccio, il suo attraversamento è complicato e non privo di rischi. Arriviamo a Gokio che fa buio, distrutti dopo dieci ore di marcia estenuante.

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    Gokio, sulla morena laterale del ghiacciaio Ngozumpa

    Gokio è un posto da non perdere, sorge a 4800 metri ai piedi del versante sud del Cho Oyu, un ottomila dall'aspetto imponente. Il piccolo villaggio si specchia nel Dudh Pokhari, il più grande di tre laghi dal colore verde smeraldo e deve la sua importanza al fatto che da qui si può agevolmente risalire il versante meridionale del Gokio-ri, o Gokyo Peak (5357m), splendido balcone dal quale si possono ammirare ben quattro ottomila: Il Cho Oyu, l'Everest, il Lhotse e il Makalu.

    L'indomani decido di salire al Gokio Peak di pomeriggio, le montagne che voglio fotografare si trovano tutte a est rispetto alla vetta e voglio avere il sole alle spalle. La scelta si rivela azzeccata, mentre gli altri membri del gruppo scendono, io salgo. Giunto in cima, dopo circa seicento metri di dislivello superati percorrendo un comodo sentiero, la vista che si gode a 360° è davvero incomparabile. Ai miei piedi si estende la serpeggiante lingua morenica del Ngozumpa Glacier, sul quale brillano piccoli laghi che si aprono nella spessa coltre glaciale. I tre laghi di Gokio, con le loro acque verde smeraldo, occhieggiano tra le montagne scure che li circondano. A nord la muraglia della "Dea Turchese " (il Cho Oyu con i suoi 8201 metri) e del Gyachung Khang (un quasi ottomila) occupano l'orizzonte.  Lo sguardo cade poi inevitabilmente sulla più alta montagna del mondo: l'Everest "Chomolangma" ("Madre dell'universo" in lingua tibetana) o "Sagarmatha" (in Nepalese "Dio del cielo"). Il nome oggi usato fu introdotto nel 1865 dall'inglese Andrew Waugh, governatore generale dell'India, in onore di Sir George Everest responsabile dei geografi britannici in India.

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    Dalla vetta del Gokio-ri l'Everest, il Nuptse, il Lhotse e il Makalu

    Accanto all'Everest si eleva la possente mole del  Lhotse e, più in lontananza,  il Makalu la quinta vetta più alta della Terra con i suoi 8.462 m: la sua piramide perfetta si staglia solitaria con le quattro creste taglienti ed è considerata fra le più difficili da scalare a causa della completa esposizione delle sue pareti ai venti. La prima salita invernale è stata realizzata quest'anno dal mio concittadino Simone Moro insieme al kazako Denis Urubko.

    A ovest infine si apre il grande ed immenso altopiano tibetano, la cui vista è qui negata dalla presenza di altre cime minori ma non per questo meno imponenti, dato che tutte superano abbondantemente i seimila metri. Dopo quasi tre ore di permanenza in vetta mi posso ritenere soddisfatto, ho finalmente realizzato uno dei miei sogni: fotografare l'Everest!

    La sera festeggiamo la buona riuscita del trekking con abbondanti porzioni di yak steak bagnate da una specie di birra locale (sempre meglio del solito the?). Mancano solo due giorni alla fine del trekking, non ci resta che scendere lungo la valle di Gokio, raggiungere Namche Bazar e quindi  Lukla, dove ci aspetta un emozionante decollo dalla pista più pericolosa al mondo. Quest'ultimo si rivelerà più emozionante del previsto a causa di un guasto a uno dei due motori del piccolo Dornier. Al momento del decollo un'abbondante perdita di olio si manifesta con evidenti chiazze sulla pista. Il pilota fa scendere tutti e chiama un addetto che, sistemato un secchio di plastica sotto il motore, recupera il prezioso fluido. Dopo circa quattro ore di attesa, servendosi di una scala di legno e una bottiglia in plastica  utilizzata come imbuto, il medesimo individuo (un... meccanico?) rimette l'olio recuperato dal secchio nel motore. Il pilota ci fa cenno di salire e noi, con il terrore negli occhi, risaliamo a bordo. Ricordo di aver passato i quaranta minuti del viaggio di rientro con l'occhio incollato al motore, aspettandomi di vederlo andare a fuoco da un momento all'altro.

    Kathmandu ci accoglie con il suo mefitico abbraccio: che differenza con la cristallina aria degli ottomila metri! Non riesco a comprendere come si possa vivere in un degrado ambientale simile, spero che il futuro per queste persone vada verso la consapevolezza del male che stanno arrecando a se stessi e all'ambiente. Un primo passo lo stanno facendo: i tuk tuk,  i pittoreschi taxi a tre ruote, ora sono elettrici, una goccia nel mare rappresentato da milioni di scarichi dei diesel pesanti, ma almeno è un inizio.

    Ci restano ancora un paio di giorni che passiamo girovagando per i quartieri di Kathmandu e facendo acquisti nei negozi di Thamel. Cerchiamo anche di recuperare il peso e le energie consumate durante il trekking, sostando nei pittoreschi ristoranti nepalesi. Lasciamo questa valle senza tempo dove stupa buddisti, templi induisti e pagode in stile newari convivono pacificamente. Decolliamo da Kathmandu sorvolando la catena dell'Himalaya, lo sguardo accarezza un ultima volta le cime innevate dei giganti himalayani e il ricordo va, non senza un briciolo di nostalgia, all'aria sottile che abbiamo respirato "a pochi passi dal cielo" e al sorriso spensierato del popolo sherpa. Namaste Nepal!

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    Mau e l'Everest, il sogno di una vita!
  • Ladakh, il mio Shangri La

    0_9 immaginiEsiste davvero il mitico Shangri La, un luogo fantastico descritto nel romanzo “Orizzonte perduto” di James Hilton? Nelle pagine del libro si narra di un angolo di terra meraviglioso, racchiuso tra le montagne dell'Himalaya dove il tempo si è fermato, cristallizzato in una bolla di pace e tranquillità. Forse questo luogo esiste per davvero, nascosto nell’immaginario di ognuno di noi. Dobbiamo semplicemente trovarlo e proiettarlo all’esterno. Ho cercato a lungo il mio Shangri La senza successo, poi nel 2007 durante un viaggio in una remota regione dell’India Settentrionale, il Ladakh, ho scoperto che la mia ricerca poteva dirsi terminata.
    Meglio conosciuto come “la terra degli alti valichi”, il Ladakh è situato all’estremità occidentale della regione di Jammu & Kashmir. Si colloca entro i confini dell’altipiano tibetano, sia dal punto di vista geografico e orografico (è incastonato fra quattro grandi catene montuose: Great Himalaya, Zanskar, Ladakh e Karakorum), sia dal quello etnico e culturale.
    La capitale Leh è una tranquilla cittadina che sorge su di un vasto altipiano a 3500 metri. Da qualche anno a questa parte, complice un relativo benessere introdotto dal turismo, si sta rapidamente evolvendo perdendo, purtroppo, le sue connotazioni di tranquillo borgo rurale.
    Tuttavia le sue valli hanno mantenuto, grazie all’isolamento, una natura selvaggia e incontaminata e sono popolate per lo più da pastori nomadi che vivono in piccole comunità.
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    I ladakhi che non abitano a Leh conducono ancora oggi una vita pacifica, scandita dai ritmi delle stagioni, del sole e della luna. Vivono nelle piccole oasi verdeggianti che hanno creato con millenaria pazienza nelle severe e nude vallate del paese. Questi rudi montanari hanno maturato nel corso dei secoli un forte adattamento al territorio, grazie a una sapiente gestione delle scarse risorse naturali. Per sopravvivere coltivano orzo e altri cereali in terrazzamenti ricavati dai fianchi delle montagne che sono irrigati da un sistema di canali che, con arditi percorsi, portano l’acqua dai ghiacciai alle oasi ad oltre 4000 metri di quota.
    Queste comunità hanno il loro baricentro culturale nella filosofia buddista; in ogni villaggio sorge un monastero, posto in posizione sopraelevata e di notevole effetto scenografico.
    I primi giorni del mio soggiorno in Ladakh sono dedicati a completare l’acclimatamento necessario per scongiurare gli effetti dell’alta quota. Ne approfitto per visitare la stupenda Nubra Valley raggiunta attraverso il Khardung La, un passo carrozzabile a 5600 metri di quota. La strada, spesso interrotta da frane, s’inerpica ardita lungo i fianchi brulli di montagne dall’aspetto lunare. Per raggiungere questa striscia di territorio altamente militarizzato, che separa l’India dalla Cina e dal Pakistan, è necessario avere uno speciale permesso (Inner line permit).
    Lo spettacolo che si presenta una volta valicato il passo è notevole. Sembra di essere su di un altro pianeta: brulle montagne di terra color ocra sovrastano vallate profondamente incise dai corsi d’acqua che, nel corso delle ere geologiche, hanno scavato grandi canyon. Piccole verdi oasi, punteggiate dal giallo della colza, risaltano in un contrasto di colori reso ancor più spettacolare dall’aria tersa.
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    Attraversiamo minuscoli villaggi dove, a ogni sosta, siamo circondati da curiosi e timidi bambini con il volto sudicio e screpolato sul quale brillano, come gemme, cisposi occhi a mandorla il cui colore nero sembra perdersi nelle profondità del tempo.
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    Dopo un viaggio durato sei ore arriviamo nell’ampia vallata solcata dal fiume Shyok, un affluente dell'Indo che nasce dal ghiacciaio Siachen nel cuore del Karakorum-Himalaya.
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    La Nubra Valley è un posto unico al mondo dove è possibile ammirare la splendida bellezza del deserto, con cammelli e dune di sabbia e, sullo sfondo, immensi picchi nevosi appartenenti alla catena del Karakorum. Un vero paradiso incontaminato che, grazie all’isolamento determinato dalla storia e dalle stagioni, è pressoché inalterato da molti secoli.
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    Dopo quattro giorni di acclimatamento parto, zaino in spalla, per il trekking della Markha Valley, al seguito di una piccola carovana di cavalli che portano tutto il necessario per sopravvivere in una regione selvaggia e arida. Attraverso deserti di alta quota e valichi posti ad oltre 5000 metri, raggiungerò il campo base del Kang Yatse, una montagna di 6150 metri, che tenterò di salire insieme ai miei compagni di avventura.
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    La prima parte del trekking si svolge lungo il corso dell’Indo, con partenza da Spitok a pochi chilometri da Leh. Il caldo, nonostante la quota, è soffocante e la finissima polvere ocra sollevata dal passaggio della carovana s’infila ovunque. I panorami e gli spazi sono però grandiosi. Bivacchiamo in piccole oasi gestite da pastori dove è sempre presente una Tea Stall, un rudimentale ristoro costituito da una struttura circolare in pietra sovrastata da un candido telo ricavato da un vecchio paracadute militare. Da qui il nome “Parachute Tea Stall”, con il quale sono comunemente indicate.
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    Nei giorni seguenti attraversiamo la valle di Rumbak e valichiamo il passo Ganda La a 4900 metri. Siamo nel regno del mitico Snow Leopard, il leopardo delle nevi himalaiano! Una ripida discesa attraverso valli profondamente incise dai corsi d’acqua ci porta rapidamente nella Markha Valley, che incrociamo a Skiu. I panorami che si presentano ai miei occhi sono maestosi, le alte cime delle montagne hanno colori quasi irreali: predominano il rosso e il viola, con estese venature di un verde smeraldo che fanno da contraltare a cieli blu cobalto.
    Percorriamo la Markha Valley seguendo le anse create dal corso limaccioso del Markha River che dovremo più volte guadare. Incontriamo innumerevoli Chorten, monumenti funebri formati da una base quadrata, una cupola emisferica e una torre a cono. Alcuni sono molto antichi e decrepiti e conservano le ceneri dei defunti. Insieme ai Muri Mani e ai Gompa testimoniano la presenza costante della filosofia Buddista in questa terra.
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    Scoscese pareti di arenaria multicolore, ed alti picchi di roccia viola e smeraldo incombono sulla valle. Ogni tanto dobbiamo abbandonare il sentiero franato per portarci più in alto, dove mani volenterose hanno scavato una nuova via di passaggio. Lo scenario è straordinario anche se il caldo e la polvere mettono a dura prova il piacere di tanta vista.
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    Questa è sicuramente la parte migliore del trekking, anche dal punto di vista fotografico.
    Lungo il cammino incontro diversi nomadi, di solito donne, la presenza maschile è molto scarsa.
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    Improvvisamente, aggirata l'ennesima ansa sabbiosa del fiume, appare in fondo alla valle la sagoma scura del Kang Yatse con il suo cappuccio innevato. Ancora un giorno di marcia ci separa dal campo base, situato sulle pendici settentrionali di questo picco Himalayano.
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    Sono giornate intense e affascinanti, sono ben acclimatato e la marcia attraverso questa valle glaciale racchiusa tra ripide pareti di roccia è ora più agevole. Su di me aleggia però l'incognita della salita alla vetta. Dopo una faticosa giornata di marcia giungiamo al campo base a 5050 metri. Montiamo il campo in riva al fiume che sgorga dal ghiacciaio. Una famiglia di marmotte, che baruffano tra di loro per nulla intimorite dalla mia presenza, allieta le ore trascorse in attesa di partire per la cima. Dopo un breve e agitato riposo esco dalla piccola tenda. E’ l’una di notte e il profilo della montagna si staglia contro il cielo scuro, debolmente illuminato da una pallida luna. Ci incamminiamo lungo la morena del ghiacciaio. Il cono di luce della frontale illumina le rocce instabili velate di ghiaccio. Ci guida Kharma Sherpa, un corpulento nepalese che impone al piccolo gruppo di quattro alpinisti un ritmo infernale. Ogni venti passi mi arresto curvo sulla piccozza per riprendere un po’ di fiato, il cuore a mille. Le nuvole avvolgono la montagna e il chiarore livido dell’alba fatica a squarciare la cortina di vapori. Improvvisamente, alla fine della lunga spalla nevosa compare la cresta finale. Un alito di vento solleva la nebbia e riesco a scorgere la vetta. Mancano cento metri… Devo scavare dentro la mia volontà in cerca delle residue energie per superare questa breve cresta nevosa.
    Mentre noi fatichiamo persino a parlare, il buon Karma Sherpa fischietta e snocciola le sue preghiere buddiste, quasi fosse comodamente sdraiato in riva ad un fiume! Nonostante la fatica, nel cuore comincia a farsi largo una felicità indescrivibile! Pochi passi mi separano dalle rocce sommitali, riesco a scorgere tra le nebbie lo sventolio delle bandierine di preghiera. Alle 7,45 del 2 agosto 2007 abbraccio i miei compagni di salita sulla cima Nord del Kang Yatse a 6150 metri di quota!
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    Una lacrima di commozione ci riga le guance ed è difficile descrivere la gioia provata in quel momento. Quasi avesse compreso quell’emozione che era in noi, il Dio delle cime ci invia un refolo di vento a squarciare le nebbie. Il panorama ci lascia senza parole: un susseguirsi di cime minori e valli punteggiate dal verde delle oasi si distende ai nostri piedi. A nord la catena del Karakorum spunta dal mare di nebbia. Il buon Kharma Sherpa estrae dallo zaino una scatola di plastica e, al grido di “pocket lunch sir”, ci offre uova sode e patate bollite!! Scoppiamo a ridere e decliniamo cortesemente l’offerta, abbiamo tutti la bocca impastata e la gola riarsa dalla sete, la sola idea di ingollare una patata lessa mi provoca qualche conato di vomito. La discesa avviene senza problemi, sulle ali dell’entusiasmo e della consapevolezza di aver realizzato un sogno.
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    L’indomani ci attende un’altra faticaccia. Dobbiamo superare il Kongmaru La l’ultimo valico a 5200 metri prima della discesa finale. Partiamo di buon mattino, voltando le spalle a malincuore alla “nostra” montagna. Una fitta nebbia l’avvolge, quasi volesse chiudere un sipario sull’avventura ormai conclusa. Ci abbassiamo nella piana di Nimaling, a 4800 metri per poi inerpicarci lungo le serpentine che portano al passo. In cima un altro sorprendente scenario si apre sotto di noi: a nord la ripida vallata si chiude a imbuto in gole profonde, si scorge in lontananza la piana dove sorge Leh e sullo sfondo le alte vette del Karakorum; alle nostre spalle la sagoma del Kang Yatse e la verde piana di Nimaling. Una gioia per gli occhi e per il cuore, attimi indimenticabili che rappresentano la vera ricchezza di questo viaggio.
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    Proprio al termine del trekking, mi rendo conto che questo potrebbe essere il mio Shangri La. Penso alla mia quotidianità e tutto mi appare così lontano, così assurdo: la frenesia della nostra civiltà rischia di annientare emozioni, rapporti, amicizie. Il lento e costante distacco dai ritmi della natura sta modificando le nostre esistenze, portandoci a vivere come polli da allevamento. In questi dodici giorni, immerso nella natura selvaggia della Markha Valley, ho potuto sperimentare le ataviche armonie che regolavano la vita dell’uomo, e ne ho assaporato l’aspra bellezza. Mi rendo improvvisamente conto di quanta vita sprechiamo dietro a futili cose, circondati da muri di cemento eretti a difesa della nostra cosiddetta civiltà. Forse il vero senso della vita è nascosto tra queste montagne viola, dove il semplice sopravvivere agli elementi costituisce già una ragione di vita.
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    Il mio viaggio è proseguito nei giorni seguenti a bordo di un piccolo bus, percorrendo la Tangajari Road, uno stretto e tortuoso tratturo di 500 Km che, seguendo il corso dell’Indo e dello Zanskar, mi ha portato in Kashmir attraverso i monti della Luna…. Ma questa è un’altra storia.

  • Patagonia! Viaje al Fin del Mundo

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    Patagonia! Pochi luoghi al mondo hanno esercitato su di me un fascino così forte. Forse solo l’India dei libri di Salgari è in grado di competere con l’irresistibile attrazione che questa terra ha avuto sul mio immaginario.
    “Devo fuggire in Patagonia!” Mi viene da pensare nei momenti di sconforto, un modo per far perdere le ansie al mio spirito, momentaneamente oppresso dal peso della vita moderna fatta di spazi sempre più ristretti e schemi rigidamente impostati.
    Immaginavo le distese sconfinate di questo lembo di terra australe: orizzonti infiniti, vento incessante, immensi ghiacciai, torri di granito e cieli blu cobalto. Uno spazio da riempire con i miei sogni e le mie chimere.
    Avevo letto molto sulla Patagonia, i libri di padre Alberto Maria De Agostini, Bruce Chatwin, Borges e Sepulveda. Alla fine credevo di essermi fatto un’idea piuttosto precisa su questo luogo, anche se non m’illudevo che fosse rimasto esattamente come era descritto, una terra dove scrittori, poeti ed avventurieri avevano trovato rifugio dalle loro ansie e paure. Un luogo simbolo del viaggio e della fuga, lungo la linea di confine tra il desiderio di partire e quello di ritrovarsi.
    C’era un solo modo per sincerarsene: andarci! Detto e fatto, il 30 dicembre del 2010, mentre nel nord dell’Italia infuriava il maltempo, un volo della Iberia Airlines portava me e i miei quattro compagni di viaggio al di là dell’oceano Atlantico.
    Nelle interminabili ore di viaggio, per ingannare il tempo, rivedo i miei appunti sulla mia meta. Quella che si definisce Patagonia è la regione geografica compresa nella parte meridionale del continente sud americano, divisa tra Argentina e Cile, ha un'estensione di oltre 900.000 km², tre volte l’Italia, con una densità abitativa bassissima, circa 2 abitanti per km².

    Delimitata a ovest e a sud dalle Ande e a est da grandi bassipiani, le pampas argentine, la regione deve il suo nome ai Patagoni, termine usato da uno dei primi esploratori della zona, Ferdinando Magellano, per indicare i nativi di quelle terre che a lui sembrarono dei giganti dai grossi piedi (pata in spagnolo significa zampa).
    La regione è caratterizzata da una geografia e da un clima molto particolare: mentre la Patagonia argentina è un’area di ampie pianure steppiche alternate ad altopiani privi di vegetazione, il versante cileno è caratterizzato da un’alta piovosità e quindi da paesaggi più verdi. Al confine tra Cile e Argentina si estende il Campo de Hielo Sur, la terza calotta glaciale continentale al mondo, dopo quelle dell'Antartide e della Groenlandia. Dallo scioglimento dei suoi ghiacci si originano grandi laghi come il Lago Argentino e il lago Viedma.
    Tocchiamo in tarda serata il suolo argentino a Buenos Aires, sulle rive del grande estuario del Rio de la Plata. Appena usciti dal terminal ci rendiamo conto di essere nel pieno dell’estate australe: una calda brezza increspa le acque limacciose dell’estuario che in questo punto è talmente largo (oltre 50 km) da sembrare il mare.

    La mattina seguente, dopo una notte passata in aeroporto, prendiamo il primo volo per Trelew nella “Peninsula di Valdes”, la porta d’ingresso della Patagonia argentina.
    La nostra prima tappa ci porterà a visitare una delle riserve naturalistiche più estese al mondo, caratterizzata dalla presenza di diverse specie animali. La Penisola di Valdés è situata lungo la costa atlantica nella Provincia argentina di Chubut. Il villaggio di Puerto Pirámides è il solo nucleo abitativo, mentre la città più vicina, Puerto Madryn dove siamo alloggiati, dista circa 90 km. Noleggiamo un fuoristrada, indispensabile per percorrere questo territorio arso, privo di acqua dolce e con rada vegetazione stepposa, regno di pecore e guanachi, armadilli e nandú.
    A causa del clima secco la polvere delle rutas de ripio (strade ghiaiose non asfaltate), penetra inevitabilmente negli occhi, nei capelli, nei vestiti è impedisce la visibilità quando soffia il vento (praticamente sempre!).
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    Le coste della penisola sono popolate da mammiferi marini, come il Leone marino sudamericano, l'Elefante marino del sud e l’Orca. E’ possibile avvistare la Balena Franca australe nelle calde acque del Golfo Nuevo e nel Golfo San José dove, tra maggio e dicembre, i cetacei migrano per l'accoppiamento e il parto. Purtroppo al momento della nostra visita le balene erano già partite tutte. Avvistamenti di Orche sono possibili a Punta Norte e Punta Ninfas dove questi magnifici mammiferi si spingono fin sulle spiagge per cibarsi dei cuccioli di elefante marino.
    Sono naturalmente presenti anche una grande varietà di uccelli: circa 180 specie, molte delle quali migratorie, tra cui il il piccione Antartico.
    Nel primo giorno di perlustrazione della penisola visitiamo i siti di avvistamento segnalati sulle carte e meta di una discreta quantità di turisti. Rimaniamo piuttosto amareggiati e sorpresi dalla difficoltà di avvicinare gli animali: sia a Punta Cantor sia a Punta Delgada le spiagge sono recintate e l’accesso è regolamentato. L’esperienza è comunque positiva, l’ambiente aspro e le coste completamente disabitate creano un’atmosfera particolare, bellissima e selvaggia, i paesaggi che si stagliano tra terrra, mare e cielo offrono ottimi spunti fotografici.
    Il giorno seguente visitiamo un'altra delle attrattive della costa, la pinguinera di Punta Tombo, dove è possibile vedere una delle più grandi colonie di Spheniscus magellanicus (Pinguino di Magellano) dell’intero continente. Arriviamo molto presto per evitare l’affollamento, dopo aver percorso la ruta n°3 e un immancabile e polveroso tratto di ripio.
    Fortunatamente siamo tra i primi a entrare e questo ci consente di aggirarci tra le varie colonie di pinguini senza troppi impedimenti. Nella riserva è possibile osservare, molto da vicino, l’intero ciclo riproduttivo di questa specie. Ci aggiriamo tra le tane scavate nell’arido suolo dell’entro terra, seguendo appositi percorsi delimitati. Il nostro cammino è continuamente interrotto da gruppi di simpatici pinguini, che fanno la spola tra il mare e la prole in famelica attesa. L’ambiente risuona dei tipici striduli richiami dei pinguini, alle prese con la difesa del territorio e lo svezzamento dei lanuginosi cuccioli.
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    Sulla strada del ritorno ci fermiamo a Punta Lomo, un promontorio che si affaccia su di una falesia a picco sul mare dove, sulle strette spiagge di ciotoli, vive una colonia di Leoni marini. Sulle pareti, invece, nidifica un nutrito stormo di Cormorani Collo Nero.
    Il Leone Marino sudamericano (Otaria flavescens) vive lungo le coste cilene, peruviane, uruguayane e argentine. I maschi esibiscono una notevole criniera leonina e pesano circa il doppio delle femmine. Questa specie vive in colonie composte da circa venti femmine e da uno o più maschi che lasceranno l’harem solo a fecondazione avvenuta.
    La sera, in un piccolo ristorante di Puerto Madryn, accogliamo i consigli di un cameriere che ci indica un posto, non battuto dalle rotte turistiche, dove si possono fare avvistamenti di Elefanti marini e, con un po’ di fortuna, di Orche. Dista da Puerto Madryn circa cento km, quasi interamente di ripio. Si tratta di una località sperduta, la punta meridionale del Golfo Nuevo denominata “Punta Ninfas”, non citata in nessuna delle guide turistiche.
    Ci mettiamo in marcia con un certo scetticismo che aumenta man mano che avanziamo nella pampas. La pista polverosa si sviluppa tra la rada vegetazione della steppa e, a parte qualche guanaco e nandù, non incontriamo altra anima viva. Finalmente dopo quasi due ore di viaggio appare all’orizzonte la tipica sagoma di un faro: la strada s’interrompe per trasformarsi in un sentiero dissestato. Siamo a poche decine di metri dalla costa e, visto il terreno, arrestiamo l’auto per proseguire a piedi. Ci rendiamo così conto di essere sul margine estremo di un’enorme, scoscesa e apparentemente inaccessibile falesia a strapiombo sul mare. Il luogo è di una bellezza sconcertante, la solitudine è totale e l’unico rumore avvertibile è quello della risacca marina che risuona cupo più in basso. L’arenile è popolato da diverse colonie di Elefanti marini Marini del sud (Mirounga leonina) che sonnecchiano al sole. Dopo varie ricerche arriviamo in un punto da cui è possibile accedere alla spiaggia sottostante, attraverso una traccia al limite delle nostre capacità alpinistiche.
    La bellezza e le opportunità fotografiche di questo luogo ci ripagano ampiamente della fatica fatta per raggiungerlo. Camminiamo sulla battigia tra esemplari di Elefante Marino in varie fasi della loro crescita. Questi enormi mammiferi devono il proprio nome, oltre che alla mole, alla presenza nei maschi di una sorta di tozza proboscide che ha funzione di cassa di risonanza per i profondi ruggiti emessi nel periodo riproduttivo.
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    Quello che impressiona è l’enorme mole dei maschi, che possono essere lunghi fino a sei metri e pesare quattro tonnellate. Fortunatamente per noi sulla terra ferma questa specie si muove molto lentamente e in modo goffo, trascinandosi sul ventre sotto la spinta delle corte pinne. Quest’ultime vengono anche utilizzate per quello che sembra essere il passatempo preferito di questi mammiferi: cospargersi di sabbia e grattarsi pancia all’aria.
    A vederli così, ammucchiati e pacifici, infondono una grande serenità. Ci aggiriamo tra la colonia senza paura anche perché gli animali non sembrano particolarmente turbati dalla nostra presenza; quando ci avviciniamo troppo, si limitano ad emettere un ruggito di avvertimento. Passiamo la giornata osservando e fotografando da vicino queste affascinanti creature nella speranza che, con l’arrivo dell’alta marea, sia possibile avvistare anche le orche che si spingono fin sulla spiaggia per cibarsi dei cuccioli ancora inesperti, ma l’attesa sarà vana.
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    Dopo quattro bellissimi giorni trascorsi al caldo nell’incontaminata Penisola di Valdes, prendiamo un volo che in poco più di un’ora ci porterà nell’estrema punta meridionale del continente sudamericano, la Tierra del Fuego. L’atterraggio ad Ushuaia è un esperienza che lascia scossi. I forti venti meridionali e le continue turbolenze, dovute alle correnti fredde che spazzano il canale di Beagle, scuotono l’aereo in maniera preoccupante. Da nord l’accesso alla pista, che si trova su di una corta penisola, avviene aggirando le montagne che si elevano alle spalle della città e l’aereo deve compiere parecchie virate strette prima di toccare finalmente terra, con enorme sollievo di tutti i passeggeri.
    Appena usciti dal terminal un gelido vento ci investe, piccoli fiocchi di neve turbinano nell’aria e benché siano già le dieci di sera il chiarore irreale della notte australe illumina la baia. Passiamo così, non senza un brivido, dai trenta gradi di Puerto Madryn ai tre gradi scarsi di Ushuaia.
    Quando i primi coloni raggiunsero queste coste, la popolazione Fuegina era composita da varie tribù, come gli Yamana e gli Alakaluf. Tutte le popolazioni autoctone si sono però estinte nel corso del secolo scorso, decimate dalle malattie portate dai coloni occidentali, quali il vaiolo e il morbillo.
    Ushuaia è il capoluogo della provincia Argentina della Terra del Fuoco e detiene il primato di città più australe del mondo. L’abitato si trova sulla costa meridionale dell'Isola Grande della Terra del Fuoco, circondato dalle montagne che dominano il Canale di Beagle. La città, fondata agli inizi del ventesimo secolo come sede di una prigione per criminali pericolosi, oggi ha circa 65.000 abitanti.
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    I cileni rivendicano che sia Puerto Williams la città più australe al mondo; in effetti, essa si trova più a sud di Ushuaia, ma non è sufficientemente popolosa per essere considerata una città.
    A parte il fascino dettato dalla sua posizione, “la fin del mundo” non ha molto da offrire. Sulla baia si affacciano una serie di ristorantini dove è possibile mangiare dell’ottimo pesce tra cui la famosa Centolla, l’enorme granchio reale che si pesca nei mari antartici, una vera prelibatezza.
    Il primo giorno visitiamo, zaino in spalla, il Parque Nacional Tierra del Fuego. Si tratta di un'ampia area di natura incontaminata e paesaggi selvaggi dove non vi è nessun tipo di insediamento umano. Vi sono diversi percorsi che si diramano all’interno del parco con panorami sul canale di Beagle, sulla valle del Rio Pipo e la cordillera Darwin.
    L’indomani intraprendiamo la classica e imperdibile navigazione sulle agitate acque del canale di Beagle. Il grande catamarano, che naviga lungo le coste di questa enorme insenatura, sosta nei pressi di isole e insenature dove è possibile fotografare otarie, pinguini e una varietà di cormorani e altri uccelli acquatici. Si sbarca poi alla Estancia Harberton, fondata nel 1887 da un inglese, dove è possibile rivivere l’epopea dei primi coloni, alle prese con l’allevamento delle pecore e dei bovini in un contesto naturale come la Terra del Fuoco.
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    Rientriamo a Ushuaia via terra, attraverso il passo Garibaldi che si trova lungo la Ruta 3 che è l’unica strada carrozzabile che porta ad Ushuaia. Poco più sotto, a poche miglia in linea d'aria, si trova il famigerato Capo Horn, vero incubo dei velisti, con i suoi "50 urlanti e 40 ruggenti", i venti originati dalle depressioni antartiche che investono costantemente le imbarcazioni che si trovano a transitare tra il 40º e il 50º parallelo dell'emisfero meridionale. Qui è possibile osservare i flag tree, piante di Nothofagus la cui chioma, costantemente esposta alla forza del vento che soffia nella medesima direzione, si sviluppa in un unico verso dando all’albero la tipica forma a bandiera.

    Lasciamo questo sperduto e affascinante angolo di mondo e raggiungiamo in volo, in poco più di un ora, la località di El Calafate sulle rive meridionali del lago Argentino, punto di partenza per visitare il Parque National Los Glaciares che racchiude la gigantesca calotta glaciale dello Hielo Sur. Nella sua parte meridionale si trovano i ghiacciai più grandi: il Perito Moreno, il Ghiacciaio Upsala e il Ghiacciaio Spegazzini, che scorrono tutti verso il Lago Argentino.
    A causa della particolare posizione geografica, questi ghiacciai hanno origine a soli 1500 m di quota e scorrono fino a 200 metri sul livello del mare, erodendo le montagne su cui poggiano.
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    Il più grande e famoso di questi ghiacciai, il Perito Moreno, è anche l’unico raggiungibile via terra. Tramite bus di linea si arriva in circa un’ora fino alla base del ghiacciaio. Da qui è possibile navigare lungo il fronte del Brazo Rico per ammirare da sotto l’imponente massa glaciale alta più di sessanta metri. Successivamente si raggiunge il sistema di passerelle in legno che consentono di ammirare il lato opposto del fronte glaciale. Il Perito Moreno si muove velocemente, oltre 2 metri al giorno, questo fa si che si possano osservare i crolli degli enormi seracchi di ghiaccio che precipitano con fragore nel lago Argentino. Una caratteristica di questo ghiacciaio è rappresentata dal “ponte di ghiaccio”. L’erosione ad opera dell’acqua del lago crea un ponte di ghiaccio tra il fronte del ghiacciaio in avanzamento e la sponda del lago stesso. Ogni tre anni circa si assiste così alla spettacolare rottura del ponte causata della pressione dei ghiacci che avanzano.
    Il giorno seguente ci rechiamo a Punta Bandera, molo di partenza delle crociere sul lago Argentino: salpiamo puntando alla Boca del Diablo, una strettoia fra due opposte penisolette che immette nel più ampio Brazo Norte. Tira vento e ci sono dei piovaschi, non è il clima ideale per stare in coperta a fare foto, ma la successione di arcobaleni sullo sfondo del cielo tempestoso mi convincono a sfidare le avversità atmosferiche.
    Prima meta, al termine del Brazo omonimo, è il fronte del ghiacciaio Uppsala, il più esteso del Hielo Patagonico Continental. Ripercorrendo a ritroso il Brazo Uppsala, imbocchiamo il canale Spegazzini che si estende fino al ghiacciaio omonimo: sebbene esteso per un decimo dell'Uppsala, è questo il ghiacciaio più alto del Parco, con il fronte che si eleva per oltre cento metri. Usciti dal Brazo Norte attraverso la Boca del Diablo, ci immettiamo nel Canal de los Tèmpanos il nome è eloquente (tèmpano significa iceberg) e navighiamo nel cuore di una spettacolare concentrazione di blocchi di ghiaccio di ogni forma e dimensione. Il canale ha termine davanti al Perito Moreno e possiamo quindi ammirare l’imponente muraglia del fronte nord.
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    Lasciamo El Calafate diretti a Puerto Natales, in Cile, a bordo di un confortevole bus di linea. Passiamo Rio Turbio capitale nazionale del carbone, ultima località argentina lungo la Ruta 40. Sul ciglio della strada si susseguono mucchi di minerale e vecchi macchinari arrugginiti.
    Superata la frontiera con il Cile, arriviamo a destinazione, sul litorale orientale della baia Ultima Esperanza raggiunta nel ‘500 dai primi europei che cercavano una rotta verso l’oceano Pacifico attraverso il dedalo di fiordi e canali.
    Base di partenza per visitare il magnifico Parque Nacional Torres del Paine, la piccola cittadina conta circa 20000 abitanti e la sua economia è basata sulla lavorazione della lana, della carne di montone, sulla pesca e sulle risorse minerarie di cui il terreno è ricco. Alloggiamo in una caratteristica abitazione in legno e lamiera dove, nonostante la stagione estiva, grandi stufe ardono in continuazione per mitigare il clima rigido e ventoso.
    L’indomani piove, tira vento e il cielo è di un colore grigio ferro. Al seguito della nostra guida Carlos, ci dirigiamo verso il Lago Grey confidando in uno dei tanti e repentini cambiamenti meteorologici che caratterizzano la Patagonia. Purtroppo il tempo non accenna a migliorare, decidiamo ugualmente di raggiungere un belvedere sul lago Grey sfidando le raffiche di vento che ci schiaffeggiano a oltre cento km l’ora. Ci reggiamo in piedi a fatica, sferzati dai piovaschi orizzontali avanziamo a testa bassa lungo sentieri a picco sul lago. Grandi tempanos solcano le verdi acque nelle quali si specchiano le cime innevate. Comunichiamo a gesti perché la furia del vento ci impedisce di sentire le nostre stesse voci.
    Il famoso vento patagonico ci ha messo alle corde, risaliamo sul minivan di Carlos alla ricerca di un po’ di calore. Ci portiamo nei pressi del lago Pehoe dove si possono ammirare i Cuernos del Paine, caratteristiche formazioni rocciose bicolore che spiccano con le loro bizzarre forme tra le vette del massiccio Cerro Paine.
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    Nel pomeriggio ci rechiamo al Salto Grande, una spettacolare cascata sul fiume Paine che si riversa nel lago Sarmiento le cui sponde sono ricoperte da una crosta bianca formata da depositi di calcio. Il tempo sembra essere migliorato e decidiamo di proseguire a piedi fino a raggiungere il belvedere “Los Cuernos”. Il sentiero si dipana tra una fitta e lussureggiante vegetazione, costeggiando piccole insenature dal colore verde smeraldo. La cappa di nubi non ci consente però alcun belvedere sui Cuernos.
    Sconsolati raggiungiamo il rifugio Torres, l’unico all’interno del parco, dove trascorriamo la notte. Con un impeto di originalità l’indomani il tempo è pessimo, piove a dirotto e una fitta nebbia ci impedisce di ammirare le svettanti Torri del Paine. La base di questi splendidi obelischi di granito è raggiungibile in circa quattro ore, superando un dislivello di ottocento metri. Viste le pessime condizioni meteo rinunciamo a malincuore alla salita. Carlos ci propone un trekking alternativo a quote inferiori, dove è possibile avvistare guanachi, nandù, condor e, con un po’ di fortuna, anche il puma. Riusciamo a fotografare diversi gruppi di guanachi, volpi e qualche nandù e siamo incessantemente sorvolati da gruppi di condor. Del mitico predatore andino, il puma, nemmeno l’ombra. Ci imbattiamo però in diverse carcasse di guanachi sbranati notte tempo dal felino. Inaspettatamente il tempo migliora e uno squarcio di sereno ci consente, finalmente, di scattare qualche bella foto al massiccio del Paine.
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    Il giorno seguente abbiamo in programma la navigazione a bordo di un gommone sul rio Serrano fino a dove questo sfocia nel fiordo Ultima Esperanza; da li ci imbarcheremo su di una nave che ci riporterà a Puerto Natales. Quando salpiamo uno splendido sole risplende sulle acque limacciose del rio Serrano che serpeggia tra banchi sabbiosi e coste ricche di vegetazione. D’improvviso si alza un vento teso che increspa le acque ed enormi nuvole nere si formano dal nulla, i balzi del natante si fanno più decisi e gli spruzzi si trasformano ben presto in vere e proprie secchiate d’acqua sporca. Come se non bastasse una fitta pioggia comincia a scendere dal cielo che nel frattempo è diventato color del piombo. Nonostante le tute impermeabili siamo bagnati fino alle mutande. Gli unici che sembrano divertirsi come dei matti sono i conduttori degli Zodiac, che cantano a squarciagola zigzagando a folle velocità tra i marosi e le secche sabbiose del fiume.
    Arriviamo finalmente all’imbarcadero, sembriamo usciti dal tunnel di un autolavaggio; per fortuna c’è una sorta di ristoro al coperto dove arde una piccola stufa che viene immediatamente presa d’assalto. Come se non bastasse ci comunicano che la nave che doveva prenderci a bordo non è partita a causa delle onde che, nel fiordo, hanno raggiunto i tre metri di altezza. Siamo bloccati e l’unico modo per tornare a Puerto Natales è ripercorrere a ritroso il rio Serrano. Ci attendono così altre due ore tra piovaschi, marosi, sobbalzi e il viaggio di ritorno ci regala altre umide emozioni.
    Con enorme soddisfazione tocchiamo terra, come per incanto smette di piovere e il sole torna a splendere. Un gruppo di gauchos ci osserva divertito mentre strizziamo i nostri vestiti, anche oggi abbiamo la conferma del detto secondo il quale in un solo giorno patagonico si possono osservare le quattro stagioni.

    Il nostro viaggio prosegue con un lungo trasferimento in autobus da Puerto Natales ad El Calafate e da lì ad El Chalten, dove arriviamo in tarda serata, giusto in tempo per ammirare, nel chiarore rosato del tramonto, la sagoma inconfondibile del Cerro Chalten, meglio conosciuto come Fitz Roy. Il nome El Chaltén significa, nell'antica lingua locale, "il vulcano", e fu dato al Fitz-Roy dai Tehuelches, gli antichi abitanti della regione, in quanto sulla cima della montagna è spesso presente una nube; gli indios pensavano fosse il fumo del vulcano.
    Il villaggio nasce nel 1985 a difesa del conteso confine tra Argentina e Cile in seguito alla disputa militare del lago del Desierto. Le poche baracche costruite ai piedi delle montagne vennero rapidamente sostituite da costruzioni in muratura durante le riprese del celebre film “Grido di pietra” girato nel 1991 da Werner Herzog, che racconta di una sfida tra alpinisti alla scalata del Cerro Torre. Herzog scelse El Chalten come base per la troupe, creando così un mito che resiste a tutt’oggi: El Chalten come capitale del trekking patagonico.
    Una fitta rete di sentieri ben segnalati si snoda all’interno di quest’area del Parque Los Glaciares resa famosa dalla presenza di vette importanti quali il Cerro Torre e il Fitz Roy. Questi monoliti di granito sembrano sorgere dal nulla e rappresentano il sogno proibito di ogni scalatore che si rispetti. La loro sagoma è conosciuta da tutti e le loro cime, costantemente battute da furiose tempeste, sono perennemente avvolte dalle umide nebbie provenienti dal Pacifico, che generano giornalmente enormi quantità di precipitazioni nevose. Le guglie svettano per oltre duemila metri dalla base dei ghiacciai perenni che le circondano, con le cime ornate da impressionanti funghi glaciali che si formano e si disfano in continuazione, dando origine a mortali scariche di ghiaccio.
    Abbiamo in programma di compiere i due trekking che portano ai piedi di questi due miti di pietra, sperando che il meteo ci assista. Siamo consapevoli del fatto che per oltre trecento giorni all’anno queste vette sono immerse nelle nuvole ed è pertanto una vera fortuna poterle vedere e fotografare nel loro splendore. Partiamo in una soleggiata mattina alla volta del campo De Agostini (ex Campamento Bridwell), da cui è possibile raggiungere la base del mitico Cerro Torre.
    Raggiungiamo in circa due ore la morena che circonda il Lago Laguna Torre, nelle cui acque si specchia il Cerro Solo.
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    Un vento impetuoso soffia da nord ovest, increspa le acque del lago e solleva nugoli di detriti morenici. Risulta difficile persino muoversi lungo la cresta morenica, ad ogni passo si corre il rischio di essere gettati a terra dalla furia del vento. Le folate si susseguono con ritmo impressionante, tra una serie e l’altra ci muoviamo come naufraghi nella tempesta alla ricerca di un momentaneo riparo. Confidiamo che il vento possa spazzare via le nubi che si stendono come un sipario lungo le pareti del Cerro Torre, impedendone la vista. Troviamo quindi un angolo al riparo dal vento e ci concediamo un paio d’ore di attesa. La cappa di nubi si ostina ad avvolgere l’urlo di pietra, solo per pochi minuti si alza di poco, consentendoci di scorgere il fungo di ghiaccio della vetta illuminato dai raggi del sole che filtrano dalle nebbie scure. Spariamo foto a raffica, consapevoli che questo è il massimo che per oggi c’è consentito.
    Il giorno seguente il meteo non è migliorato, nuvole, vento e una pioggia pungente avvolgono El Chalten e le montagne che la circondano. Rinunciamo a tornare al Mirador Torre e ci incamminiamo invece lungo il sentiero che porta al Campamento Poincenot, da dove è possibile salire alla base del Fitz Roy. Percorriamo un sentiero in salita dal quale si scorge il corso sinuoso del Rio de Las Vueltas che scorre nel fondo valle. Raggiungiamo laguna Capri, uno splendido lago sulle cui rive sorge un piccolo camping e continuiamo la marcia tra le rive acquitrinose del Rio Blanco. Sullo sfondo svetta maestoso il ghiacciaio Piedras Blancas la cui lingua biancheggia tra le verdi colline moreniche. Il panorama è splendido e la nostra vista rimane puntata là dove, dietro le cortine nebbiose, dovrebbero ergersi le rosate pareti granitiche del Fitz Roy. Giungiamo così al Campamento Poincenot, ben riparato dal vento all'interno del bosco e dopo una breve sosta affrontiamo i quattrocento metri di dislivello che ci separano dalla Laguna de Los Tres, un lago glaciale dalle cui sponde svettano le tanto agognate pareti del Fitz Roy. Le prime raffiche di vento cominciano a colpirci poco sotto la sommità del rilievo morenico, superati gli ultimi contrafforti rocciosi che impedivano la vista, ci appare maestosa la parete granitica del Fitz Roy con la guglia Poincenot a farle da sentinella.
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    Lo spettacolo è davvero grandioso, ma non riusciamo a goderne appieno poiché siamo dolorosamente bersagliati in continuazione da nuvole di pietrisco sollevato dal vento. Una raffica più violenta delle altre ci scaraventa tutti a terra, la situazione è drammatica e ridicola allo stesso tempo, ci spostiamo da un masso all’altro come se fossimo presi di mira da cecchini invisibili, approfittando delle pause tra una raffica e l’altra. Per scattare qualche foto sono costretto a sdraiarmi perché la furia della bufera non mi consente di fare delle inquadrature adeguate. Grandi nuvole di neve trasportata dalla furia dei venti avvolgono in continuazione le guglie di granito, mentre le acque cristalline della laguna Los Tres sono increspate a tal punto da sembrare un mare in burrasca. Queste condizioni di vento non si possono descrivere a parole: bisogna provarle in prima persona per capire il vero significato di “furia del vento patagonico”! Posso solo lontanamente immaginare cosa significhi passare giorni e giorni in parete esposti a questo continuo supplizio. Capisco perché queste montagne sono considerate le più difficili da scalare, nonostante la loro modesta altezza e il loro non elevatissimo grado di difficoltà. Il vero nemico dello scalatore qui non è tanto la montagna ma il meteo, che nell’arco di poco può cambiare repentinamente, trasformando una piacevole salita sul solido granito andino in una tragedia.
    Decidiamo così di scendere rapidamente nel fondo valle, al riparo da questa furia. Percorriamo a ritroso la via dell’andata, con ancora nelle orecchie il fischio della bufera.

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    I nostri giorni patagonici sono giunti alla fine, cullato dal lento dondolio dell’autobus che ci riporta a El Calafate, mentre al di la del vetro scorrono le desertiche distese della pampas argentina, mi sovvengono le parole lette in un libro di Borges:

    “Non c’è niente in Patagonia tra le montagne a un passo dal cielo, tra le nuvole d'argento, tra le pianure senza fine, tra il vento che sembra raccogliere tutta la polvere del mondo, tra mari impossibili che nascondono relitti del passato, balene e leoni marini. Ma è un niente che riempie lo stesso l’anima e ci riconcilia con la natura”.

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  • Marmolada, ferrata cresta Ovest


    “Dal lago Fedaia cabinovia fino al rifugio Pian dei Fiacconi. Si scende verso ovest per ca. 100 m di quota ad aggirare uno sperone roccioso. Si risale per sfasciumi fino al ghiacciaio del Vernel e si prosegue in direzione sud fino alla forcella Marmolada (2900 m). Si prosegue su via ferrata (corde fisse e gradini) in direzione est (ghiaccio e neve), sino a raggiungere la cresta nevosa e quindi l'ampio nevaio sommitale. Verso sud precipita l'imponente parete sud della Marmolada. La discesa avviene per la cresta est (La schena de mul), fino ad un risalto roccioso non attrezzato di ca. 100 m, con passaggi di 1° grado. Dopo averlo disceso si è sul ghiacciaio che presenta alcuni crepacci e ponti di neve. Attenzione seguire le tracce o procedere in cordata. Alla fine del ghiacciaio si è nuovamente al rif Pian dei Fiacconi.L'itinerario non è difficile, ma richiede un minimo di attenzione nei passaggi su roccia e sul ghiacciaio che, a secondo delle stagioni e dell'innevamento, può presentare difficoltà più o meno elevate.
    Così sta scritto sulla guida, e così leggevo comodamente sdraiato al sole di una tiepida mattina di luglio in cima al vallone che dal rifugio Santner porta al Re Alberto. Da lì, alzando lo sguardo, tra le torri del Vajolet e il Catinaccio non mi era difficile scorgere tra le nubi e la foschia la punta immacolata della Marmolada che, con i suoi 3343 m, rappresenta la cima più elevata delle Dolomiti. La sua mitica parete sud con i tetti e gli strapiombi resi famosi dai Vinatzer, Castiglioni, Buhl, Messner che solo a guardarli fanno paura, cade a precipizio nella immacolata valle di Contrin, dalla quale appare in tutta la sua spaventosa bellezza. Così, perso nei miei pensieri, vagavo con la fantasia sentendo già sulla pelle l’aria dei tremila. Perché non provare mi dissi, appena fa bello…..L’unica incognita in quel luglio pazzerello era proprio il tempo, che rendeva l’estate simile ad un tardo autunno, quando la pioggia gira in neve e l’aria ti morde il viso. La ovest della Marmolada era bella foderata di ghiaccio e i crepacci del ghiacciaio a Nord nascosti dal leggero strato di neve caduto in quei giorni sopra i 2000 metri. Alla casa delle guide mi dissero che tutte le uscite in Marmolada erano sospese. Come al solito, ma questa non era una novità, ero solo ad affrontare l’avventura e questo rendeva un po’ più incerta la cosa.
    Qualche giorno dopo, il tempo si rimise al bello e senza pensarci troppo una sera preparai la tenuta da Diabolik, i ramponi, la piccozza e la corda. Puntai la sveglia per le sei e rigirandomi nel letto aspettai l’alba. La mattina seguente il tempo era splendido. Il sole baciava già la cima del Sasso Lungo mentre con la mia fidata Skoda e un po’ di apprensione dentro guidavo sulle strade ancora deserte verso il lago Fedaia. Alle sette in punto, mi presentavo alla biglietteria della bidonvia che porta al Pian dei Fiacconi. Volevo evitare la scarpinata e seicento metri di dislivello lungo una noiosa pista da sci, alla faccia di chi disprezza i mezzi di risalita. Nessun altro alpinista era in vista. Solo un piccolo gruppo di krauti con guida al seguito si apprestava a lasciare il caldo del rifugio per affrontare la salita.
    Non mi sono mai piaciuti i sentieri che partono in discesa. Mi da l’idea che poi bisogna fare più fatica per ricuperare la quota persa. Questo è uno di quelli, superati i primi gradoni di roccia la traccia si abbassa in una gola morenica dove sono ben visibili le tracce del preesistente ghiacciaio.
    Attraverso la zona di dossi levigata dal ghiacciaio, il segnavia porta ai piedi dell'erta cresta che separa le conche glaciali. Passo sul versante ovest dal punto più basso e qui le tracce risalgono ripide fino alla morena e al Ghiacciaio del Vernel. Sono a quota 2500 m. circa, ho già distanziato la chiassosa comitiva teutonica. Faccio sosta e bevo un goccio. Una lingua di neve si allunga sotto il piccolo ghiacciaio del Vernel. Due persone stanno trafficando con la testa negli zaini aperti, poco sotto l’inizio della erta ghiacciata che porta alla Forcella. Mi dico tra me e me che un po’ di compagnia non guasta. Mi affretto a raggiungerli. Sono due ragazzi giovani, sulla ventina. Mi fermo, li saluto e cerco di attaccare bottone. Da buon solitario conosco a mena dito tutte le tattiche di approccio. Mi colpisce subito l’aspetto da bravi ragazzi che i due esibiscono. Abbigliamento old stile, pantalone in velluto marrone alla zuava, calzettone di lana grossa infilato in un paio di scarponi in cuoio e berretta calata sugli occhi. Unica concessione alla modernità un pile di un serioso colore blu. Stanno trafficando con un paio di vecchi ramponi con cinghie, di quelli che per calzarli oltre all’esperienza servono quattro belle bestemmie, se no nisba. Chiedo distrattamente sorseggiando dalla borraccia che programma hanno. Il più loquace dei due, quello biondino con la riga scolpita, mi dice che hanno intenzione di fare la cresta ovest, hanno dei dubbi sulla discesa in quanto non hanno una corda per il tratto di ghiacciaio e hanno paura dei crepacci. Con la non chalance tipica dell’alpinista scafato, tiro fuori la corda e, senza far capire che ho più bisogno io di loro che loro di me, propongo di fare la discesa insieme e legati. Accettano con un sorriso sospetto e facciamo le presentazioni del caso. I due sono di Bologna e subito mi faccio riconoscere con la solita battutaccia sulle casalinghe bolognesi che, abili nell’impastare i tortellini, lo sono molto di più nei p……..(!) Capisco di aver fatto cilecca da come mi guardano, un sorriso a metà tra l’imbarazzato e “..facciamo finta di non aver sentito..”. Cerco un diversivo e mi metto a trafficare anch’io con lo zaino. Estraggo dallo zaino i miei fiammanti ramponi automatici a dodici punte full-optional con ABS e in 0,3 secondi li calzo sui Nepal top. Loro mi guardano, guardano i laccetti con i quali stanno ancora trafficando e con un sospiro il biondino fa a quello più taciturno con la barba “hai visto Riccardo che comodi i ramponi automatici, ricordatene quando dovremo fermarci a metterli e toglierli un paio di volte…..” Mi sento una merda e riconosco che l’approccio con i miei futuri compagni di corda non è stato dei migliori.
    Sistemati gli zaini i due partono a razzo su per il pendio ghiacciato. Passiamo tra due dossi rocciosi raggiungendo a passo di carica la conca del nevaio. Guardo ansimando il mio Vector cercando di non farmi vedere per non suscitare ulteriore invidia. Abbiamo fatto duecento metri in venti minuti. Seguiamo le corde fisse salendo per le rocce del piccolo Vernel a destra del canalone che si stacca dalla forcella. Passata la piccola forcella scendiamo brevemente sul versante sud, per raggiungere la Forcella Marmolada a quota 2900 metri.
    Sosta. “Fa un freddo culo eh?” dico rivolto ai miei compagni. Imbarazzo. C’è qualcosa che non mi quadra. Sento uno strano prurito lungo la schiena. Eppure i due si dimostrano gentilissimi, mi sorridono e tra di loro si scambiano ogni sorta di gentilezza. Altro che rudi alpinisti. Questi sembrano usciti ieri da Oxford. Che siano gay?? Ueh, non sarai mica prevenuto? Anche se fosse, che ti frega? Al massimo ti guardano il culo…E poi non sono mica un gran che come uomo. Non piaccio alle donne figuriamoci agli uomini… Mi rendo conto che le mie masturbazioni mentali mi hanno distolto dal problema contingente. Una bella fodera di ghiaccio ricopre per intero i gradini della ferrata che spuntano appena dal verglass. I due mi guardano con aria interrogativa, a ovest della forcella la Marmolada disegna la sua ombra sulla valle di Contrin. Con calma misurata mi spoglio lo zaino e metto l’imbrago. Prendo tempo armeggiando con l’attrezzatura, tolgo i ramponi e con aria indifferente guardo lo spigolo ricoperto di ghiaccio che i primi raggi di sole fanno scintillare. “Io mi avvio” dico ai miei compagni, “che fate? Mi seguite?” “Certo” fa il biondino, “vai avanti tu, vero?” Parto senza pensarci su troppo, la paura fa capolino nella mia testa. Non oso pensare come sarà di sopra. La fune di sicurezza è ricoperta da uno strato di ghiaccio, il moschettone scorre a fatica e in alcuni tratti sono costretto a sganciarlo perché il cavo di acciaio sparisce sotto la neve gelata. Fortunatamente i gradini sporgono di quel tanto da permettermi l’appoggio della punta degli scarponi. Avanzo sul primo tratto di parete che qui è quasi verticale. Raggiungo un piccolo pendio di neve, mi volto giusto in tempo per vedere i due che mi seguono. Tolgo dallo zaino la piccozza e con questa comincio una paziente opera di sgombero. Rompo il ghiaccio che ricopre gli appoggi e avanzo di pochi metri alla volta. Prendo un buon ritmo e i due mi raggiungono quasi in cima alla cresta nevosa che porta alla vetta. A destra si apre il baratro della sud, mille metri di placche lisce e strapiombanti che precipitano nel vuoto. Penso che ci vuole del coraggio per arrampicarsi fin quassù dalla parete sud. Non è un caso se su queste rocce si sono cimentati solo i più forti alpinisti di ogni epoca. Enormi cornici, nonostante la stagione avanzata, si proiettano nel vuoto di parecchi metri. Meglio tenerne conto e camminare un po’ più a sinistra. In questo punto il filo della cresta piega decisamente a sinistra e, dopo aver aggirato un orrido imbuto di ghiaccio e rocce rotte, termina sull’ampio nevaio terminale. Mi siedo a tirare il fiato. Le difficoltà sono finite, restano da percorrere un centinaio di metri di dislivello, tutti su neve sicura e pistata. Incontro un simpatico gruppo di marsigliesi che mi chiedono com’è la discesa da quel versante. Gli dico che non presenta difficoltà, a patto di stare attenti al ghiaccio. Mi sorridono soddisfatti, spero abbiano capito, visto il mio inglese potrei anche avergli detto che film danno in serata al cine teatro del paese! I due misteriosi compagni mi raggiungono e mi comunicano la loro intenzione di proseguire per la vetta. Io me la prendo comoda e faccio colazione. Calzo i ramponi e riparto, l’ultimo sforzo, la quota si fa sentire, e sono in cima, sul tetto delle Dolomiti! Lo spettacolo è stupendo. Il tempo è bello e si può dominare tutto l’arco alpino ad est e ad ovest. Faccio le foto di rito e prendo un thè alla capanna Marmolada in compagnia dei gracchi, che aspettano la loro spettanza di cibo volteggiando felici.

    Raggiungo la croce dove mi aspettano Paolo e il silenzioso Riccardo. Mi chiedono se posso fargli una foto, acconsento e li faccio mettere in posa accanto alla croce. Faccio fatica ad inquadrare loro e la croce insieme. “Ma è possibile che le devono mettere da tutte le parti ste croci del menga, c'è un posto per ogni cosa: le croci in chiesa, le lapidi nei cimiteri, la spazzatura nelle pattumiere. Invece tutte queste cose di ritrovano puntualmente sulle montagne..” dico indietreggiando di un passo. I due si guardano e poi tornano a fissare l’obbiettivo con aria seria. Con poco acume tattico rincaro la dose scherzando: “questa la potete far vedere alle vostre donne, chissà che sull’onda dell’entusiasmo, sul tema dell’alpinista macho questa notte non ci scappi qualcosa di speciale…”. Mi guardano imbarazzati mentre scatto la foto, dal loro sguardo capisco di aver perso un’altra occasione per fare silenzio….
    Ci prepariamo per la discesa. Ci aspetta la famosa “Schena de mul”, una ripida cresta nevosa che scende ad est verso il ghiacciaio della Marmolada. La neve comincia a fare lo zoccolo e i ramponi sono più un impiccio che altro. Incontriamo un corso di alpinismo, tutti ragazzi giovani con la loro guida della val Gardena che li precede in testa alla cordata. Mi fermo e scambio quattro chiacchiere con la guida, scopro che hanno fatto un itinerario interessante, uno scivolo di neve accanto alla nord. Magari l’anno prossimo ci provo anch’io….
    Alla fine della Schena di Mul ci aspetta il saltino di roccia che da direttamente sul ghiacciaio, passaggi facili di primo grado, ma senza nessun tipo di assicurazione. Il passaggio è intasato da un gruppo di veneti che stanno salendo. Lo tengono impegnato per una buona mezz’ora facendo complicate manovre di assicurazione con corda e moschettoni vari.

    Liberata la via mi precipito giù, prima che una nuova ondata intasi il passaggio. Mi dimentico di avere i ramponi ai piedi e, faccia a valle, tento subito di uccidermi. Mi giro di scatto come un gatto che cade dal balcone e mi ritrovo appeso per miracolo ad una provvidenziale sporgenza rocciosa. Come sempre quando tutto è finito mi assale la tremarella. Penso al volo che avrei potuto fare e mi do dieci volte del cretino per aver commesso una simile imprudenza. Sono messo male per togliermi i ramponi quindi decido di scendere, faccia a monte, sfruttando gli appoggi delle punte anteriori dei ramponi. Funziona a meraviglia e si sta appesi la dove la punta dello scarpone non farebbe mai presa. Ho scoperto il dry tooling!
    Raggiungo così il ghiacciaio e aspetto che scendano i miei compagni. Arrivano qualche minuto dopo. Più astutamente di me hanno tolto i ramponi! Tiro fuori la mia Beal nuova fiammante, la srotolo e comincio a legarmi. La passo poi ai due che provvedono a fare lo stesso. Così assicurati cominciamo a scendere lungo il grande pianoro di ghiaccio. La neve di questi giorni ha completamente coperto i crepacci, solo qualche buco qua e la ad indicare che sotto la coltre nevosa si aprono minacciose bocche in attesa. Quelli più grossi sono visibili e si aggirano facilmente. Mi vengono alla mente le avventure di Bonatti e le sue descrizioni di orrendi crepacci pronti a inghiottire intere cordate, tra i ghiacciai dai bellissimi nomi: la Brenva, il Freney, lo Chatelet. Nomi che evocano le gesta eroiche dell’alpinismo degli anni cinquanta e sessanta sul Monte Bianco, quando vennero aperte, a volte a caro prezzo, le bellissime vie che tutto il mondo ci invidia. Giorni lontani di epiche battaglie contro la montagna, la sete, il freddo e la tormenta. Nomi che ormai, ai moderni climber, non dicono più nulla, persi come sono tra i loro spit, trapani e scale di difficoltà sempre più elevate. Vorrei vederli questi super eroi con corde di canapa, chiodi arrugginiti e tre mele nello zaino, con i pantaloni di flanella e il maglione di lana aggredire pareti di granito sconosciute e agghiaccianti. Magari d’inverno con venti gradi sotto zero, senza il conforto delle moderne attrezzature, il Goretex, il Polartec, i nuts, i friends, gli hook, maniglie Jumar, corde super leggere e resistenti, scarponi spaziali e GPS.
    Così penso mentre percorro l’autostrada della Marmolada. Assorto dai miei pensieri non mi accorgo che i ramponi hanno fatto uno zoccolo tipo grande meringa e con una sforbiciata da fare invidia a Fantozzi mi infilo a pelle di leone sulla corsia di sorpasso. Neanche il tempo di fare tre metri e mi trovo davanti un'orrida bocca spalancata. La corda è come in tutti questi casi lasca. Mi fermo grazie alla piccozza e ad una sequela di orrende bestemmie! Il biondo e il silenzioso mi guardano con disgusto. “Ti sei fatto male?” mi chiede il tipo con la barba. “Ma allora parla”, penso tra me e me mentre mi rialzo tra il groviglio di corde. “Non dovresti prendertela con Dio” fa il biondino, “ in fondo ti è andata bene”. “ Bene sti cazzi” dico guardando il crepaccio. “Ancora un metro e finivo all’inferno!”. Per oggi può bastare. Visto che siamo a pochi metri dalla fine del ghiacciaio, mi tolgo i ramponi e l’imbrago, imitato dai miei due compassati amici.
    Mezz’ora dopo siamo tutti e tre seduti sulla terrazza del rifugio al Pian dei Fiacconi a gustarci una birra e a sgranocchiare un panino con lo speck. Mancano pochi minuti a mezzo giorno e i tavolini sono pieni di gente che prende il sole e schiamazza, tra trilli di telefonini e odore di abbronzanti.
    Tiro fuori carta e matita e dico a Paolo di scrivermi il suo indirizzo, così gli posso spedire le foto. Mentre scrive chiedo a Riccardo: “ma voi cosa fatte di bello nella vita?”. Il silenzioso mi guarda con un sorrisetto angelico, mentre giocherella con una briciola…”Paolo è diacono e io prendo i voti a Settembre….”. Resto con il boccale a mezz’aria, mi vengono in mente tutte le stronzate che ho detto. Tutto si spiega alla fine come nel migliore dei romanzi della vecchia Agata. Altro che gay! Preti, sono due preti…cazzo!! Mi do dell’imbecille per l’ennesima volta da quando è sorto il sole. Il biondo con la riga che non si è mai spostata di un millimetro mi porge il foglio…. Seminarioregionalebologna@tin.it. Scritto in bella calligrafia. “Specifica che l’email è indirizzata a Paolo Panin, sai in seminario abbiamo una sola casella di posta elettronica” . “Bene”, dico alzandomi di scatto, come se mi bruciasse il culo, “è stata proprio una gita stupenda e poi, visto lo sponsor che vi ritrovate, non poteva proprio succederci nulla….”. Silenzio. I due si alzano e con una mossa garbata e un sorriso di altri tempi mi porgono a turno la mano. “ speriamo di incontrarci di nuovo su queste bellissime montagne” dice il silenzioso. “Certo” lo interrompo io “ magari voi avrete la tonaca e sarete in gita con l’oratorio eh..??”. Silenzio. Imbarazzo. “ I preti moderni non portano più la tonaca” ribatte Paolo ridendo. “ l’avresti mai detto che Riccardo è un prete, con quella faccia da mascalzone che si ritrova eh?”. “Mai, giuro!” dico io, “tutto fuorché un prete”. E con un sorriso nel cuore mi incammino verso il Fedaia pensando ai tortellini, alle croci in cima ai monti e agli scherzi del destino……
    Ciao Marmolada.

  • Marzo 2004, una giornata in grignetta


    13 Marzo 2004 Dopo più di due giorni di abbondanti nevicate primaverili il meteo è incerto, il bollettino valanghe indica una altezza della neve a 2000 metri (Orobie, Prealpi e Valchiavenna) di 200-230 cm. L’allerta valanghe recita: su molti pendii ripidi al di sotto dei 2500 metri in particolare sui versanti meridionali, sono probabili scaricamenti e distacchi di valanghe di piccole e medie dimensioni di neve umida in particolare su Orobie e Prealpi, pericolo 4 (marcato). Decido di partire lo stesso e valutare la situazione sul posto, è Sabato e ai Resinelli non c'è nessuno, tempo bigio e tiepido, nebbie in salita dal lago, il tutto non invoglia a partire. La strada del Porta è bloccata, ovunque montagne di neve candida, la temperatura è di 3°C. Dopo il SEM il sentiero è immacolato, solo una traccia affonda per più di 40 cm nella neve. Perplesso mi avvio pensando di arrivare fin dove me la sento. Il bosco Giulia evoca come sempre una atmosfera magica, la neve accumulata sui rami degli abeti scivola silenziosamente a terra, non si sentono rumori, tutto è ovattato, irreale. La santella della madonna è irraggiungibile, passando rivolgo come sempre la mia muta prghiera.

    All’uscita del bosco scorgo una persona, in alto sul sentiero, che scende. Ci incontriamo poco dopo, dice che la situazione sulla cresta è migliore, il vento ha spazzato la neve, ma lui non se la sente di rischiare ed è tornato indietro poco prima del traverso per i Magnaghi. Più avanti, dice, a scorto un ragazzo che ha proseguito. Decido di continuare, anche per vedere dove si può arrivare ed eventualmente essere d'aiuto alla persona che, coraggiosamente, stà battendo la pista. Avanzo con fatica, in alcuni tratti l'accumulo arriva alla coscia. Mi tengo il più possibile sul filo della cresta, cercando di evitare i buchi, dai quali si esce con fatica. Nei canali ai lati del percoro piccole slavine cominciano a rotolare silenziosamente. Il clima è irreale, la nebbia che sale dal basso avvolge tutto, la traccia che sto faticosamente seguendo a volte scompare. Arrivo al traverso per i magnaghi, sono perplesso, mi dispiace tornare indietro e poi voglio vedere dove è la persona che mi precede. Fortunatamente ho messo le ghette, anche se la neve è piuttosto asciutta, a volte sprofondo fino oltre il ginocchio. Sotto c'è la neve vecchia, giallastra per la sabbia trasportata dallo scirocco, sulla quale il vibram fa un minimo di presa. Poco sotto l'uscita del Caimi il cielo si apre, la nebbia viene squarciata da un debole vento e riesco a vedere il mio misterioso compagno. Sta arrancando 200 m più sopra, lungo l'ultimo pendio prima del canale. Prendo un sorso di tè, faccio due foto e riparto. Credo che anche lui mi abbia visto perché mi sembra che ora proceda più deciso. Arrivo all'uscita della cresta, il vento è ora più tagliente e la temperatura è sicuramente sotto zero. Questo mi rinfranca, anche se poco prima ho sentito il tipico rumore di una slavina, probabilmente caduta sotto la Sinigaglia o nel Porta. Il Canale è zeppo di neve candida, mi tengo sulla sinistra sulle rocce, l'idea di essere in mezzo a quel canale con sopra la testa tutta quell'ira di Dio mi metta un po’ di ansia. Più per prudenza che per necessità calzo i ramponi. Il mio compagno è ora a tiro di voce, da qualche minuto lo vedo fermo all'uscita del canale, si sbraccia e grida qualcosa. Mi sembra di sentire "aiuto", il vento sale dal basso e disperde le altre parole. Mi affretto a salire, non mi sembra in difficoltà, ma la parola aiuto in montagna ha un significato ben preciso. Imbocco il canale sulla sinistra, cercando di salire il più velocemente possibile. Guardo in alto e improvvisamente capisco… Sopra di me, a circa 50 m, un'enorme cumulo di neve scende dalla vetta, come una liquida colata di crema ha invaso il colletto e la parte terminale del canale, saranno almeno 2 metri di neve! Il mio misterioso amico è piantato a gambe larghe nel mezzo di una trincea, sta scavando come un dannato usando i bastoncini a mo di pala. Gli do una voce, si gira e sorridendo mi dice:"era ora che arrivvassi ad aiutarmi, dai che in due scaviamo più velocemente, manca poco al bivacco". Guardo meglio, la massa di neve è impressionante, ha riempito e livellato tutte le asperità della vetta, ma la sua inconsistenza impedisce di salirci sopra. Spero in cuor mio che questa enorme massa non decida di muoversi proprio ora! La pendenza è notevole e la neve ci arriva ormai oltre le spalle, mi avvicino e con calma cerco di dissuadere l'amico dall'impresa. Mi guarda con due occhi invasati dietro alle lenti gialle:"ma dai che manca poco, ancora pochi metri e ci siamo, voglio vedere il bivacco, dai in due ce la facciamo!" La sua energia e il suo entusiasmo mi contagiano, ormai ci sono dentro. Con un po’ di incoscienza mi getto nella mischia, in due procediamo più velocemente. Ad un tratto dico all'amico di provare a salire oltre la trincea che abbiamo scavato, ormai il pendio è alla fine e si intravede il pianoro della vetta.

    Alessandro, cosi si chiama, cerca di fare presa nella neve soffice, artiglia con le braccia il candido manto davanti a lui e si issa con fatica sul gradino. Improvvisamente la neve sotto di lui cede, ricade all'indietro e sprofonda completamente nel mucchio di neve che ci siamo lasciati alle spalle. Scoppiamo a ridere tutti e due. La situazione ormai è tragi comica. Poco dopo ritenta e finalmente il manto nevoso gli consente un minimo di presa. Lo seguo anch'io e dopo pochi metri raggiungiamo insieme la cima. In condizioni normali, per andare dal colletto alla vetta ci vuole meno di un minuto, oggi ce ne sono voluti più di trenta! Enormi cornici si protendono verso ovest e in alcuni punti sprofondiamo fino alla vita. Il bivacco e semi sommerso e ovunque la neve è immacolata. Scatto qualche foto, brindiamo alla bella impresa con un sorso di tè e contempliamo muti il panorama. E’ ora di scendere, la salita è la parte più faticosa, ma la discesa in queste situazioni è la parte più difficile e rischiosa. La Cermenati è una salita facile, alla portata di tutti, ma con condizioni climatiche avverse o con molta neve come oggi non è da sottovalutare. La triste conferma si è avuta il 18 gennaio 2004 quando ben tre persone hanno perso la vita (una di queste nonostante le ricerche siano durate oltre due settimane, con un impegno di uomini del soccorso senza precedenti, non è ancora stata trovata *). Una è morta per congelamento sul sentiero delle Capre e l’altra è caduta lungo la Sinigaglia scivolata e travolta da una slavina. Quando le condizioni del tempo e della montagna sono critiche, l’attenzione e la prudenza devono essere a mille. Penso a questo mentre con cautela scendo, faccia a monte, un facile pendio innevato, improvvisamente la neve sotto ai miei piedi sprofonda in un buco, perdo l’equilibrio e cado all’indietro. Scivolo sulla schiena, con la testa in basso ma fortunatamente mi fermo quasi subito. Sono in una strana posizione, mi giro lentamente e porto le gambe verso il basso. Sono infarinato dalla testa ai piedi, ho rotto i pantaloni (azz.. Montura da 120 euro..) ma sono intero. La discesa prosegue senza altri incidenti e in poco più di un ora sono di nuovo alla macchina. Alessandro è felice e la sua allegria mette buon umore. Si toglie gli occhiali gialli e mi mostra la cicatrice che la picca gli ha lasciato quando è rotolato giù dal Comera, una scivolata che poteva avere conseguenze più tragiche. Ci lasciamo con la promessa di rivederci ancora su questa bellissima montagna. Mentre il sole va giù imbocco i primi tornanti, con la musica del Liga nelle orecchie e il ricordo di questa giornata nel cuore, scendo a valle.

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